TEMA

LA TRAGEDIA DEI SUBORDINATI

Scopo, metodo, percorso

Questo libro nasce da una domanda sola, e le dedica entrambi i volumi: perché i subordinati restano eternamente subordinati? Perché, dopo mille rivolte, chi stava sotto è ancora sotto — a volte con un padrone nuovo, spesso con lo stesso travestito?

La risposta va cercata nei fallimenti, non nelle sconfitte. Una sconfitta può essere casuale; un fallimento che si ripete è strutturale. E i fallimenti hanno tre radici.

La prima: strumenti analitici primitivi. Si è continuato a combattere con le mappe1 del secolo scorso — categorie pensate per l’industrialismo applicate alla finanziarizzazione totale, schemi meccanici di struttura e sovrastruttura spacciati per chiavi universali. La tradizione critica ha avuto la sua fase patristica: padri fondatori, ortodossie, eresie, scomuniche. Una ricchezza intellettuale trasformata in canone da interpretare invece che in metodo da usare. E chi combatte con strumenti primitivi, per quanto coraggioso, perde.

La seconda: lo stigma del pastore. Il pensiero dell’emancipazione non è mai uscito dalla figura del buon pastore contro il cattivo pastore. Cambia il pastore, non il gregge; cambia chi comanda, non la forma del comando. Partito, avanguardia, leader carismatico — varianti dello stesso schema: qualcuno in alto che sa, qualcuno in basso che segue. È lo stigma più profondo, perché chi lo porta non lo vede: crede di combattere il potere e ne riproduce la forma.

La terza: una concezione dell’umano sbagliata. E questa ha tre varianti, tutte false. 1: Che l’umano sia per natura gregge — tradeunionista nella versione leninista, incapace di sollevarsi oltre l’interesse immediato senza una coscienza importata dall’esterno. 2: Che sotto le catene ci sia il buon selvaggio — il comunista naturale, l’essere cooperativo represso, e basti spezzare le catene perché emerga. 3: O, nella versione contemporanea, che basti decolonizzare — togliere il frame coloniale, e sotto appaia il soggetto libero già formato.

Tre errori simmetrici: il primo nega la capacità, il secondo nega la costruzione necessaria, il terzo scambia la rimozione di un ostacolo per la costruzione di un’alternativa. È il nodo che l’ultimo capitolo di questo libro, La libertà come istituzione, scioglie fino alla radice: né gregge né catene spezzate.

Queste tre radici spiegano l’eterno ritorno al punto di partenza. Non è che il capitalismo sia invincibile; è che chi lo combatte e ricombatte sempre con gli stessi limiti.

A queste tre radici se ne aggiunge oggi una quarta, che non è un errore di chi combatte ma un mutamento del terreno su cui si combatte. Vale la pena accennarlo subito, perché è la ragione per cui questo libro ha la forma che ha.

La logica storica di Marx — perenne sviluppo delle forze produttive e continuo adattamento dei rapporti di produzione — è una teoria debole, e criticabile, se applicata all’intera storia umana. Applicata al capitalismo e alle sue rivoluzioni industriali tiene: forme diverse di estrazione del plusvalore hanno prodotto società diverse. Ebbene, proprio con quel metro — e senza bisogno di nulla di ciò che questo libro costruirà — il capitalismo ha smesso di fare ciò per cui lo si giustificava.

Lo sviluppo delle nuove forze produttive è ormai molto verticalizzato con base molto stretta e con molto enclosures. Le sviluppa senza produrre più la classe che avrebbe dovuto ereditarle. Un centro di calcolo impegna un pugno di ingegneri; una fabbrica di batterie, trovata la soluzione tecnica, sarà automatizzata. Il lavoro non è scomparso — cantieri, energia, miniere, milioni di persone che etichettano dati dall’altra parte del mondo — ma è disperso, subappaltato, invisibile: non produce un noi, produce la base sempre più stretta della piramide. Sono per di più tecnologie di élite, tenute dentro un regime di scarsità che ne esclude interi continenti, l’Europa compresa; e dietro di esse sta una massa di investitori che attende rendimenti consistenti. È quell’attesa a spingere la tecnica dentro il recinto: brevetto, pedaggio, modello chiuso. Ciò che resta dello sviluppo non serve più a produrre, serve a estrarre. I rapporti di produzione non frenano più la produzione: frenano la distribuzione e il senso.

La spinta propulsiva capitalista è dunque al suo crepuscolo, e non c’è nessun rimpiazzo si affaccia — o meglio, uno si affaccia ed è il peggiore: i fondi, la rendita, il neofeudalesimo, e le guerre che ne sono la forma politica. Le tecnologie per stare tutti bene e lavorare poco esistono già; la soglia è stata superata. Il collo di bottiglia non è più la maturità dei mezzi, è chi ne tiene il controllo.

Un tempo la dialettica fra capitale e lavoro animava l’intera politica, e le sue forme — liberal-democrazia, socialdemocrazia, catto-capitalismo — ne erano le sovrastrutture. Svuotata la dialettica, quelle forme restano come gusci che si contendono l’arredamento di una stanza data per immutabile. Resta la piramide, con la base sempre più stretta. E alla base della piramide non ci sono gli ultimi: ci sono gli ultimi degli ultimi.

Soprattutto, non c’è più un ceto centrale da cui partire. Al posto della classe operaia c’è una massa di subordinati liquidi — liquidi non nel senso dei legami, ma delle posizioni: la stessa persona, nell’arco di una vita lavorativa, veste ruoli diversi e incompatibili. Operaio, partita IVA, rider, piccolo esercente, disoccupato, badante di un genitore. Nessuna posizione dura abbastanza da sedimentare un’identità, e chi ne ha attraversate tre ragiona già sulla quarta: gli interessi contraddittori non stanno più fra persone diverse, stanno dentro la stessa biografia. Non è la condizione di tutti — un nucleo stabile esiste ancora — ma è la condizione d’ingresso, e colora le aspettative anche di chi sta fermo.

Il capitalismo sviluppa ancora le forze produttive, e non produce più la classe che avrebbe dovuto ereditarle.

È questa la ragione per cui il discorso sulle intelligenze collettive, sui frame e sui feticci — che potrebbe sembrare un lusso teorico — è più che mai fondamentale. Vi convergono tre ragioni indipendenti. La struttura non consegna più alcun soggetto: se un tempo si poteva credere che le forze produttive lo fabbricassero da sé, oggi il terreno su cui un noi si fa o non si fa è esattamente quello delle intelligenze.

L’oggetto di questi libri, poi, è più lungo del capitalismo — è la storia dei subalterni — e uno strumento di analisi d’epoca non ci arriva. E un soggetto che cambia posizione quattro volte in una vita non si afferra per la posizione: si afferra per ciò che resta costante attraverso le posizioni.

Gli strumenti del passato, allora, non erano soltanto primitivi: erano fatti per un soggetto che la struttura forniva. Partito, coscienza portata da fuori, avanguardia — tutti presuppongono la classe già lì, e sono strumenti di direzione. Oggi servono strumenti per produrre un soggetto nuovo, autodeterminato, e sono di natura diversa.

Un’avvertenza, infine, sul campo di osservazione: quanto segue guarda l’Occidente. La dialettica fra capitale e lavoro non è scomparsa dal mondo, è stata delocalizzata, nelle fabbriche d’Asia, ma anche lì l’enorme divisione del lavoro localizzata in paesi diversi, rende l’operaio in loco incapace di seguire la sua stessa linea di produzione.

Da qui il lavoro di questi due libri.

Abbiamo costruito un metodo nuovo intorno a quelli che consideriamo i fondamentali — frame, metaframe, feticcio — e lo abbiamo usato per leggere l’intera parabola: dal metaframe feudale al capitalismo mercantile, dall’industrialismo al capitale fittizio, fino alla fase attuale in cui la crematistica — l’economia del denaro che genera denaro — completa il suo cerchio e il capitalismo raggiunge il proprio capolinea.

Ma il metodo da solo non basta. Serve capire come gli esseri umani pensano — perché è lì, non nelle dottrine, che si decide chi muove e chi governa. Disponiamo di due intelligenze, entrambe sociali.

-La prima è iconica: primaria, collettiva, lavora per immagini, somiglianze, appartenenze, sincronia dei corpi. Non è il caos sotto la ragione — è un altro ordine, con leggi proprie. È il registro che muove più direttamente — fede, odio, amore, entusiasmo — ma non è cieco: coglie e comprende a modo suo. Poggia su un ethos incorporato e su un’intelligenza collettiva che non pensa «la umanità» ma un gruppo concreto — una famiglia, un mestiere, una comunità di fede.

-La seconda è cognitivo-simbolica: viene dopo, si autonomizza con la scrittura, costruisce mappe2 — rappresentazioni che tengono insieme relazioni invisibili per nesso causale, deduzione, calcolo. È il registro che spiega il come; ma muove anch’esso, e il perché ultimo — il telos, e con esso il feticcio crematistico — non gli appartiene: abita l’iconico.

Le due non si escludono: convivono in ognuno. Ma il dominio vive della loro scissione: mobilita l’intelligenza iconica dei molti e riserva alla casta la coltivazione profonda della “mappa”.

Chi sta sotto è mobilitato sull’iconico ma non tocca la mappa profonda dove abita la struttura; chi sta sopra tiene quella mappa. La rivolta, per muovere, deve egemonizzare entrambe. Nella Storia abbiamo avuto mille riscosse e sempre sotto-spiegate.3

Il primo libro — quello che state leggendo — è un libro di anatomia. Nella parte centrale ricostruisce la parabola crematistica con questa doppia lente — cosa vede la mappa, cosa muove l’icona — perché senza entrambe ogni analisi resta in superficie e ogni politica combatte su un registro solo, perdendo sull’altro.

Una avvertenza necessaria, perché tocca il cuore del metodo. Le due intelligenze e il metaframe sono strumenti analitici nuovi, più potenti — non varianti di categorie già note, non aggiornamenti del lessico marxista classico. Per questo vanno compresi bene.

Si analizza l’intelligenza iconica con la logica, la seconda intelligenza. Il Libro II raccoglie questa consapevolezza profonda e la traduce in pratica.

Non sono solo nuovi strumenti per capire, ma nuove “istituzioni” per cambiare lo stato di cose presenti.

Il secondo libro è un libro di costruzione: parte da qui, e guarda verso le forme di vita e di organizzazione possibili. Un avviso al lettore, valido per l’intero volume: l’alternativa non ha un nome solo, e soprattutto non si chiama commons. Si chiama fare egemonia su tre registri — economico, politico e culturale — e avanti ai tre, la precondizione degli altri, è l’intelligenza collettiva: l’ambiente simbolico, il senso comune, la lingua condivisa in cui si decide cosa sia anche solo pensabile.

Infine ...questo non è un libro fatto da intellettuali per intellettuali. Non si discute del sesso degli angeli. È fatto da chi ha attraversato tutta la parabola delle lotte — dal sindacato al partito alla lotta armata — e adesso scrive non per sfizio ma per colmare i vuoti che non hanno permesso di lasciarci il capitalismo alle spalle. Cosa non ha funzionato quali erano i limiti, gli strumenti , i metodi (es. il marxismo leninismo) necessari per interrompere il cerchio del criceto.

1 Questo testo introduce un vocabolario teorico proprio — mappe, metaframe, feticcio, crematistica, ecc. — che viene costruito progressivamente nel corso dell'esposizione. Il lettore che incontrasse una parola-chiave prima della sua trattazione estesa può consultare l’appendice, il Lessico COMUNARDO raccoglie tutte le definizioni in forma sintetica e navigabile.

2 Si dà per scontato che siamo socialmente animali simbolici, rappresentiamo il mondo per simboli, cavallo, montagna, fiume ecc, mettiamo dei segni su una mappa. La mappa non è il territorio, ma una sua rappresentazione. Questo è molto importante, come vedremo. La mappa ha una cornice dovuta al numero di simboli e come sono organizzati, si riprende le teorie del linguaggio e su ciò che possono fare o non fare. Vedi il capitolo apposito.

3 Prendere per buona la sintesi, nel corpo del libro viene argomentata meglio.