LA PRAXIS

LA PRAXIS

La lotta al potere impersonale, e la fantasia che serve

Il Palazzo non c’è più

Il marxismo del Novecento ha creduto a lungo che il capitalismo fosse condannato dalle sue crisi. Guerre, crolli, scioperi: bastava soffiare sul malcontento e la storia avrebbe compiuto da sé il passaggio. Era una fede millenarista, con il destino al posto della colpa: il capitalismo aveva esaurito la sua missione storica, sviluppare le forze produttive, e toccava solo dargli la spinta finale. La strategia, presa in prestito dal gergo militare, si chiamava guerra di movimento: l’assalto frontale, la presa del Palazzo d’Inverno, il vertice che cade e tutto il resto che viene giù con lui. Lenin, Trotsky, Luxemburg.

In Occidente non è venuto giù niente. Dopo le insurrezioni fallite Gramsci ne trae la lezione. Dove lo Stato non si limita a reprimere ma educa, convince, si fa senso comune, il Palazzo non è più il centro. Il potere sta in una «robusta catena di fortezze e di casematte»: la scuola, la chiesa, il diritto, la stampa. Reggono anche quando il vertice trema. Contro un potere così non serve un colpo: serve una guerra di posizione, un assedio paziente a tutti i luoghi da cui il dominio si irradia.

Gramsci lascia implicita una conseguenza, che noi diciamo per intero: cade la teoria dei due tempi. Prima si prende il potere, con la forza o con le elezioni, poi si costruisce la società nuova. Non ha mai funzionato, perché chi entra nel Palazzo con la mente del suddito ci rifà dentro il pastore. È lo spezza-catene diventato Stato.

Le casematte di oggi

Dai tempi di Gramsci le casematte si sono moltiplicate. Ai suoi organi di «educazione» vanno aggiunti i partiti di sistema, di maggioranza e di opposizione; i media, dalla televisione ai social; l’università e il ceto culturale; i sindacati; i nuovi templi del potere economico, dalle agenzie di rating alle banche centrali ai centri studi; i fabbricanti del consumatore ipocondriaco, che lo tengono in ansia perché compri l’oggetto che cura l’ansia, sempre più potente di quello di ieri. E ora l’intelligenza artificiale. È il pantheon delle agenzie che, all’inizio del libro, abbiamo visto contendersi i nostri registri sopra le nostre teste. Da quarant’anni la loro egemonia non ha più incontrato opposizione.

Gramsci ne aveva visto il meccanismo: «ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico». Nel nostro lessico, l’egemonia è il modo in cui ai molti si trasmette una sola intelligenza, l’iconica, già confezionata, mentre la mappa resta a chi comanda. È la rete invisibile che fa sì che un operaio sia operaio e un padrone padrone, e che a entrambi sembri natura.

Sarebbe però banale ridurre le agenzie a macchine che inculcano consenso. Reggono perché offrono anche un servizio che i più ritengono necessario: la scuola istruisce, il sindacato tutela, il giornale informa. È il gesto del feticcio: un rapporto reale che si fa adorare e nasconde la propria fattura.

Il fallimento che si crede colpa

L’effetto si vede meglio nel piccolo. Davanti a un fallimento (il lavoro perso, l’esame andato male, la bottega chiusa) quasi tutti pensano alla propria inadeguatezza, e da lì scivolano nella depressione. Quasi nessuno pensa al contesto, che può essere corrotto o escludente. E quasi nessuno pensa agli strumenti che gli mancano per leggerlo: conoscere le proprie possibilità, le opportunità, le regole del gioco.

È la scena del temporale. L’iconico vede la colpa; la mappa vedrebbe le relazioni invisibili che hanno prodotto l’evento. Ma la mappa non gliel’hanno data. Il peccato originale ha solo cambiato abito: oggi si chiama merito, e il suddito che fallisce si sente colpevole invece che derubato.

Tutti filosofi, pochi consapevoli

«Tutti gli uomini sono filosofi», scrive Gramsci: tutti hanno una concezione del mondo, tutti contribuiscono a sostenerla o a modificarla, ma solo pochi ne hanno consapevolezza critica. Il senso comune è questa filosofia diffusa e inconsapevole, generica, di un’epoca, ricevuta: quello che noi chiamiamo metaframe, la grammatica che non si pensa ma si respira. Il buon senso è il senso comune diventato critico: la stessa vita, guardata con due intelligenze invece che con una.

La filosofia della prassi, per Gramsci, non impone da fuori una nuova concezione del mondo: rende critica un’attività che esiste già. È la saldatura fra teoria e pratica, il modo in cui gli uomini conoscono il mondo trasformandolo. È ciò che questo libro chiama governare i registri. Uscire dalla struttura non si può: la si può sapere, nominare, riautorizzare.

Su un punto però ci separiamo da Gramsci. Per lui trasformare il senso comune in buon senso era il compito pedagogico delle avanguardie. Ma un’avanguardia che educa resta un pastore, per quanto illuminato: la mano che sa e la mano che esegue, la scissione che vogliamo chiudere. Il buon senso non si porta: si produce, per opera, là dove i molti decidono qualcosa che conta. E quel luogo Gramsci l’aveva già trovato.

Il consiglio come scuola

Prima del partito, il Gramsci dell’Ordine Nuovo aveva puntato sui consigli di fabbrica. I delegati erano scelti «per conoscenza diretta e prossima dai compagni che lavorano gomito a gomito», reparto per reparto, squadra per squadra, «con mandato imperativo e condizionato», revocabili in ogni istante. L’assemblea dei delegati forma il consiglio; il consiglio controlla la produzione e prepara i lavoratori, politicamente e tecnicamente, a dirigerla.

A noi interessa soprattutto un’altra cosa: il consiglio è una scuola. Lì, scrive Gramsci, «un individuo grezzo […] acquista il senso della responsabilità sociale, diventa cittadino». Per decidere bisogna capire come funziona la fabbrica intera, e così la mappa torna nelle mani di chi lavora. È il punto in cui la scissione fra chi pensa e chi esegue comincia a richiudersi. E Gramsci non si ferma alla fabbrica. Il consiglio doveva uscire dall’officina e arrivare alle campagne, fino a un «Congresso nazionale dei delegati operai e contadini». Operai e contadini nello stesso tessuto, perché il dominio li prende entrambi: uno alla catena, l’altro alla terra.

Gramsci vede anche il rovescio. Il sindacato, nato per difendere gli operai, si è rivelato «nient’altro che una forma della società capitalistica»: strappa condizioni migliori e in cambio garantisce la legalità del padrone. È la cinghia di trasmissione. Il partito socialista ha fatto lo stesso errore: entrati nello Stato per criticarlo, i socialisti «si lasciarono assorbire dalla realtà, non la dominarono». Da qui la distinzione decisiva. Nel consiglio l’operaio entra come produttore, come il cittadino entra nello Stato. Nel partito e nel sindacato entra per adesione volontaria, come in un’associazione privata. Il consiglio è un istituto pubblico; gli altri due no.

Poi, nel riflusso del 1920, Gramsci comincia a spostare il peso. Il consiglio era «il modello dello Stato proletario»; ora è il partito a essere «un modello di ciò che sarà domani lo Stato operaio». È lo slittamento che abbiamo chiamato contraffazione (CAP. XII): l’organo di transizione che si rifiuta di estinguersi. Del Gramsci di quegli anni prendiamo i consigli e lasciamo il partito.

Il Palazzo non c’è più da prendere: ci sono casematte da abitare, e una lingua da riprendersi.

Fantasia nella prassi

Facciamo galoppare la fantasia. Non per scrivere il programma, che sarebbe un’altra ricetta, ma per vedere i problemi che ci aspettano. Cinque note, a partire dalla fabbrica e dal campo.

Che cosa si produce. Beni, non merci: oggetti d’uso fatti per durare, senza obsolescenza programmata e senza usa e getta, che si riparano, si aggiornano, si riciclano. Se cambi chi comanda e continui a sfornare le stesse merci, hai cambiato padrone, non metaframe.

Chi decide. La fabbrica non è solo del padrone. Vive perché ci sono gli operai e le loro famiglie, i fornitori, i clienti, chi la finanzia, e un territorio con le sue case, strade e servizi. Tutti portano un interesse, e tutti devono sedere dove si decide. Quando una fabbrica chiude o se ne va all’estero, l’interesse del proprietario non è l’unico in gioco: va occupata e rimessa in moto con un’altra organizzazione. È il governo ombra di fabbrica (CAP. III), che si prepara prima, non il giorno della chiusura. Accanto a questo vanno rimessi in piedi il mutuo soccorso, come protezione sociale e finanza autogestita, e i modi di produrre che funzionano già: il software libero, le licenze Creative Commons, le stampanti 3D. Senza rifare la strada delle cooperative diventate produttrici di merci con lavoro salariato.

La terra. Accanto agli operai ci sono i contadini. Non vanno confusi con gli agricoltori: l’agricoltore è l’imprenditore della monocoltura, che produce per la grande distribuzione e ne dipende. Il contadino fa resistenza alle multinazionali del cibo, difende un cibo sano e custodisce la biodiversità: le sementi antiche che il sistema industriale ha quasi cancellato, e con loro un altro modo di stare con la terra (CAP. V). Anche lui, da solo, perde: la sua scelta resta individuale finché non trova una rete che la leghi a chi mangia e al territorio. Il campo ha bisogno del consiglio quanto l’officina.

Come si governa. Con i consigli, che sono anche la via per estinguere lo Stato. Le cariche di cui non si può fare a meno vanno a tempo, con rotazione e mandati precisi. La divisione fra lavoro manuale e intellettuale va accorciata da subito con l’istruzione permanente: lo studio non si ferma alla giovinezza, e ciascuno è chiamato non solo a imparare ma a produrre sapere. È la mappa restituita a tutti. All’orizzonte c’è il salario che si estingue, perché la forza lavoro non si vende più, e il denaro che smette di essere la misura del lavoro.

Con quale lingua. Ogni volta che guardiamo il mondo, o noi stessi, attingiamo da uno zaino che portiamo sulle spalle: categorie, parole, racconti caricati senza accorgercene. Non è una cassetta degli attrezzi scelta da noi: si beve col latte. È un prodotto storico, segnato dai rapporti di potere. Oggi lo zaino lo riempiono il crematistico e la religione, e i loro feticci sono gli architravi che tengono in piedi la società. I sudditi non lo contendono quasi mai: lo ricevono. Marx l’aveva visto: «in seno a una società dominata dalla produzione capitalistica, anche il produttore non capitalista è dominato dalle idee capitalistiche». Lo zaino non si butta, perché senza lingua non si pensa. Si contende: il compito è egemonizzarne noi il contenuto, e metterci dentro quello che serve per camminare.

Dal paternalismo al potere dal basso

I due libri hanno seguito le ramificazioni del potere, quelle visibili e le molte invisibili, nella storia italiana recente e nello scenario globale. Il primo ha mostrato come è stato fabbricato il suddito; questo, come si fabbrica altro. Il filo che li tiene insieme è uno: la divisione fra lavoro manuale e intellettuale, fra chi ha la mappa e chi riceve l’icona, è alla base del dominio. Chiuderla è il cuore dell’emancipazione.

Non c’è da attendere il crollo. Il capitolo si è aperto sul millenarismo del Novecento, e qui va chiuso: nessun destino porterà la società nuova al posto nostro. Serve invece una responsabilità che è insieme culturale e collettiva. Guardare con occhio critico le dinamiche del potere, riconoscere i feticci che lo veicolano (la nazione, lo Stato, il denaro, il capitale) e quelli immateriali che li tengono in piedi: l’economia come destino, l’ethos ricevuto, la lingua dello zaino.

E al loro posto un ethos che unisca valori antichi e necessità moderne: il bene collettivo e l’autodeterminazione. Il bello, il buono e il giusto rimessi al centro, accanto all’utile e non sotto di lui. L’intelligenza collettiva come strumento per governare una complessità sociale e ambientale che nessun pastore sa più reggere. È una trasformazione radicale: dal paternalismo, autoritario o bonario, al potere dal basso; dalla cultura dell’utile alla cultura del buon vivere, in comune e dentro la natura di cui siamo parte.

Il come, terreno per terreno, chiede un libro suo. Ma non c’è da aspettarlo: la prima mossa è già disponibile, e non chiede il permesso di nessuno.

L’uomo libero non si libera: si produce. E si produce insieme.

Antonio Savino ottobre 2026

(tratto dal libro CHE FARE 2.0)