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            "content_html": "<p align=\"center\"><span style=\"font-family: Garamond, sans-serif;\"><span style=\"font-size: x-large;\">LA TRAGEDIA DEI SUBORDINATI</span></span></p>\n<p align=\"center\"><span style=\"font-family: Garamond, sans-serif;\"><span style=\"font-size: x-large;\">Scopo, metodo, percorso</span></span></p>\n<p>Questo libro nasce da una domanda sola, e le dedica entrambi i volumi: <strong>perché i subordinati restano eternamente subordinati?</strong> Perché, dopo mille rivolte, chi stava sotto è ancora sotto — a volte con un padrone nuovo, spesso con lo stesso travestito?</p>\n<p>La risposta va cercata nei fallimenti, non nelle sconfitte. Una sconfitta può essere casuale; un fallimento che si ripete è strutturale. E i fallimenti hanno tre radici.</p>\n<p><strong>La prima: strumenti analitici primitivi.</strong> Si è continuato a combattere con le mappe<a class=\"sdfootnoteanc\" name=\"sdfootnote1anc\" href=\"#sdfootnote1sym\"><sup>1</sup></a> del secolo scorso — categorie pensate per l’industrialismo applicate alla finanziarizzazione totale, schemi meccanici di struttura e sovrastruttura spacciati per chiavi universali. La tradizione critica ha avuto la sua fase <i>patristica</i>: padri fondatori, ortodossie, eresie, scomuniche. Una ricchezza intellettuale trasformata in canone da interpretare invece che in metodo da usare. E chi combatte con strumenti primitivi, per quanto coraggioso, perde.</p>\n<p><strong>La seconda: lo stigma del pastore.</strong> Il pensiero dell’emancipazione non è mai uscito dalla figura del <i>buon pastore</i> contro il <i>cattivo pastore</i>. Cambia il pastore, non il gregge; cambia chi comanda, non la forma del comando. Partito, avanguardia, leader carismatico — varianti dello stesso schema: qualcuno in alto che sa, qualcuno in basso che segue. È lo stigma più profondo, perché chi lo porta non lo vede: crede di combattere il potere e ne riproduce la forma.</p>\n<p><strong>La terza: una concezione dell’umano sbagliata.</strong> E questa ha tre varianti, tutte false. 1: Che l’umano sia <i>per natura gregge</i> — tradeunionista nella versione leninista, incapace di sollevarsi oltre l’interesse immediato senza una coscienza importata dall’esterno. 2: Che sotto le catene ci sia il <i>buon selvaggio</i> — il comunista naturale, l’essere cooperativo represso, e basti spezzare le catene perché emerga. 3: O, nella versione contemporanea, che basti <i>decolonizzare</i> — togliere il frame coloniale, e sotto appaia il soggetto libero già formato.</p>\n<p>Tre errori simmetrici: il primo nega la capacità, il secondo nega la costruzione necessaria, il terzo scambia la rimozione di un ostacolo per la costruzione di un’alternativa. È il nodo che l’ultimo capitolo di questo libro, <i>La libertà come istituzione</i>, scioglie fino alla radice: né gregge né catene spezzate.</p>\n<p>Queste tre radici spiegano l’eterno ritorno al punto di partenza. Non è che il capitalismo sia invincibile; è che chi lo combatte e ricombatte sempre con gli stessi limiti.</p>\n<p>A queste tre radici se ne aggiunge oggi una quarta, che non è un errore di chi combatte ma un mutamento del terreno su cui si combatte. Vale la pena accennarlo subito, perché è la ragione per cui questo libro ha la forma che ha.</p>\n<p>La logica storica di Marx — perenne sviluppo delle forze produttive e continuo adattamento dei rapporti di produzione — è una teoria debole, e criticabile, se applicata all’intera storia umana. Applicata al capitalismo e alle sue rivoluzioni industriali tiene: forme diverse di estrazione del plusvalore hanno prodotto società diverse. Ebbene, proprio con quel metro — e senza bisogno di nulla di ciò che questo libro costruirà — il capitalismo ha smesso di fare ciò per cui lo si giustificava.</p>\n<p>Lo sviluppo delle nuove forze produttive è ormai molto verticalizzato con base molto stretta e con molto enclosures. Le sviluppa senza produrre più la classe che avrebbe dovuto ereditarle. Un centro di calcolo impegna un pugno di ingegneri; una fabbrica di batterie, trovata la soluzione tecnica, sarà automatizzata. Il lavoro non è scomparso — cantieri, energia, miniere, milioni di persone che etichettano dati dall’altra parte del mondo — ma è disperso, subappaltato, invisibile: non produce un noi, produce la base sempre più stretta della piramide. Sono per di più tecnologie di élite, tenute dentro un regime di scarsità che ne esclude interi continenti, l’Europa compresa; e dietro di esse sta una massa di investitori che attende rendimenti consistenti. È quell’attesa a spingere la tecnica dentro il recinto: brevetto, pedaggio, modello chiuso. Ciò che resta dello sviluppo non serve più a produrre, serve a estrarre. I rapporti di produzione non frenano più la produzione: frenano la distribuzione e il senso.</p>\n<p>La spinta propulsiva capitalista è dunque al suo crepuscolo, e non c’è nessun rimpiazzo si affaccia — o meglio, uno si affaccia ed è il peggiore: i fondi, la rendita, il neofeudalesimo, e le guerre che ne sono la forma politica. Le tecnologie per stare tutti bene e lavorare poco esistono già; la soglia è stata superata. Il collo di bottiglia non è più la maturità dei mezzi, è chi ne tiene il controllo.</p>\n<p>Un tempo la dialettica fra capitale e lavoro animava l’intera politica, e le sue forme — liberal-democrazia, socialdemocrazia, catto-capitalismo — ne erano le sovrastrutture. Svuotata la dialettica, quelle forme restano come gusci che si contendono l’arredamento di una stanza data per immutabile. Resta la piramide, con la base sempre più stretta. E alla base della piramide non ci sono gli ultimi: ci sono gli ultimi degli ultimi.</p>\n<p>Soprattutto, non c’è più un ceto centrale da cui partire. Al posto della classe operaia c’è una massa di subordinati liquidi — liquidi non nel senso dei legami, ma delle posizioni: la stessa persona, nell’arco di una vita lavorativa, veste ruoli diversi e incompatibili. Operaio, partita IVA, rider, piccolo esercente, disoccupato, badante di un genitore. Nessuna posizione dura abbastanza da sedimentare un’identità, e chi ne ha attraversate tre ragiona già sulla quarta: gli interessi contraddittori non stanno più fra persone diverse, stanno dentro la stessa biografia. Non è la condizione di tutti — un nucleo stabile esiste ancora — ma è la condizione d’ingresso, e colora le aspettative anche di chi sta fermo.</p>\n<p><strong>Il capitalismo sviluppa ancora le forze produttive, e non produce più la classe che avrebbe dovuto ereditarle.</strong></p>\n<p>È questa la ragione per cui il discorso sulle intelligenze collettive, sui frame e sui feticci — che potrebbe sembrare un lusso teorico — è più che mai fondamentale. Vi convergono tre ragioni indipendenti. La struttura non consegna più alcun soggetto: se un tempo si poteva credere che le forze produttive lo fabbricassero da sé, oggi il terreno su cui un noi si fa o non si fa è esattamente quello delle intelligenze.</p>\n<p>L’oggetto di questi libri, poi, è più lungo del capitalismo — è la storia dei subalterni — e uno strumento di analisi d’epoca non ci arriva. E un soggetto che cambia posizione quattro volte in una vita non si afferra per la posizione: si afferra per ciò che resta costante attraverso le posizioni.</p>\n<p>Gli strumenti del passato, allora, non erano soltanto primitivi: erano fatti per un soggetto che la struttura forniva. Partito, coscienza portata da fuori, avanguardia — tutti presuppongono la classe già lì, e sono strumenti di direzione. Oggi servono strumenti per produrre un soggetto nuovo, autodeterminato, e sono di natura diversa.</p>\n<p>Un’avvertenza, infine, sul campo di osservazione: quanto segue guarda l’Occidente. La dialettica fra capitale e lavoro non è scomparsa dal mondo, è stata delocalizzata, nelle fabbriche d’Asia, ma anche lì l’enorme divisione del lavoro localizzata in paesi diversi, rende l’operaio in loco incapace di seguire la sua stessa linea di produzione.</p>\n<h3 class=\"western\"><a name=\"__RefHeading___Toc4765_4264154865\"></a>Da qui il lavoro di questi due libri.</h3>\n<p>Abbiamo costruito <strong>un metodo nuo</strong><strong>vo</strong> intorno a quelli che consideriamo i fondamentali — <i>frame, metaframe, feticcio</i> — e lo abbiamo usato per leggere l’intera parabola: dal metaframe feudale al capitalismo mercantile, dall’industrialismo al capitale fittizio, fino alla fase attuale in cui la crematistica — l’economia del denaro che genera denaro — completa il suo cerchio e il capitalismo raggiunge il proprio capolinea.</p>\n<p>Ma il metodo da solo non basta. Serve capire <span style=\"color: #000000;\"><i><strong>come</strong></i></span><span style=\"color: #000000;\"><strong> gli esseri umani pensano</strong></span> — perché è lì, non nelle dottrine, che si decide chi muove e chi governa. Disponiamo di due intelligenze, entrambe sociali.</p>\n<p>-La<strong> prima è</strong> <strong>iconica</strong>: primaria, collettiva, lavora per immagini, somiglianze, appartenenze, sincronia dei corpi. Non è il caos sotto la ragione — è un altro ordine, con leggi proprie. È il registro che muove più direttamente — fede, odio, amore, entusiasmo — ma non è cieco: coglie e comprende a modo suo. Poggia su un ethos incorporato e su un’intelligenza collettiva che non pensa «la umanità» ma un gruppo concreto — una famiglia, un mestiere, una comunità di fede.</p>\n<p>-La <strong>seconda è cognitivo-simbolica</strong>: viene dopo, si autonomizza con la scrittura, costruisce <i>mappe<a class=\"sdfootnoteanc\" name=\"sdfootnote2anc\" href=\"#sdfootnote2sym\"><sup>2</sup></a></i> — rappresentazioni che tengono insieme relazioni invisibili per nesso causale, deduzione, calcolo. È il registro che spiega il come; ma muove anch’esso, e il perché ultimo — il telos, e con esso il feticcio crematistico — non gli appartiene: abita l’iconico.</p>\n<p>Le due non si escludono: convivono in ognuno. Ma il dominio vive della loro <strong>scissione</strong>: mobilita l’intelligenza iconica dei molti e riserva alla casta la coltivazione profonda della “mappa”.</p>\n<p>Chi sta sotto è mobilitato sull’iconico ma non tocca la mappa profonda dove abita la struttura; chi sta sopra tiene quella mappa. <strong>La rivolta, per muovere, deve egemonizzare entrambe.</strong> Nella Storia abbiamo avuto mille riscosse e sempre sotto-spiegate.<a class=\"sdfootnoteanc\" name=\"sdfootnote3anc\" href=\"#sdfootnote3sym\"><sup>3</sup></a></p>\n<p><strong>Il primo libro</strong> — quello che state leggendo — è un libro di <i>anatomia</i>. Nella parte centrale ricostruisce la parabola crematistica con questa doppia lente — cosa vede la mappa, cosa muove l’icona — perché senza entrambe ogni analisi resta in superficie e ogni politica combatte su un registro solo, perdendo sull’altro.</p>\n<p>Una avvertenza necessaria, perché tocca il cuore del metodo. Le due intelligenze e il metaframe sono <strong>strumenti analitici nuovi, più potenti </strong>— non varianti di categorie già note, non aggiornamenti del lessico marxista classico. Per questo vanno compresi bene.</p>\n<p>Si analizza l’intelligenza iconica con la logica, la seconda intelligenza. Il Libro II raccoglie questa consapevolezza profonda e la traduce in pratica.</p>\n<p>Non sono solo nuovi strumenti per capire, ma nuove “istituzioni” per cambiare lo stato di cose presenti.</p>\n<p>Il secondo libro è un libro di costruzione: parte da qui, e guarda verso le forme di vita e di organizzazione possibili. Un avviso al lettore, valido per l’intero volume: l’alternativa non ha un nome solo, e soprattutto non si chiama commons. Si chiama <strong>fare egemonia su tre registri</strong> — economico, politico e culturale — e avanti ai tre, la precondizione degli altri, è l’<strong>intelligenza collettiva</strong>: l’ambiente simbolico, il senso comune, la lingua condivisa in cui si decide cosa sia anche solo pensabile.</p>\n<p>Infine ...questo non è un libro fatto da intellettuali per intellettuali. Non si discute del sesso degli angeli. È fatto da chi ha attraversato tutta la parabola delle lotte — dal sindacato al partito alla lotta armata — e adesso scrive non per sfizio ma per colmare i vuoti che non hanno permesso di lasciarci il capitalismo alle spalle. Cosa non ha funzionato quali erano i limiti, gli strumenti , i metodi (es. il marxismo leninismo) necessari per interrompere il cerchio del criceto.</p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p class=\"sdfootnote\"><a class=\"sdfootnotesym\" name=\"sdfootnote1sym\" href=\"#sdfootnote1anc\">1</a> <span style=\"font-size: small;\">Questo testo introduce un vocabolario teorico proprio — mappe, metaframe, feticcio, crematistica, ecc. — che viene costruito progressivamente nel corso dell'esposizione. Il lettore che incontrasse una parola-chiave prima della sua trattazione estesa può consultare l’appendice, il Lessico COMUNARDO raccoglie tutte le definizioni in forma sintetica e navigabile. </span></p>\n</div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p class=\"sdfootnote\"><a class=\"sdfootnotesym\" name=\"sdfootnote2sym\" href=\"#sdfootnote2anc\">2</a> Si dà per scontato che siamo socialmente animali simbolici, rappresentiamo il mondo per simboli, cavallo, montagna, fiume ecc, mettiamo dei segni su una mappa. La mappa non è il territorio, ma una sua rappresentazione. Questo è molto importante, come vedremo. La mappa ha una cornice dovuta al numero di simboli e come sono organizzati, si riprende le teorie del linguaggio e su ciò che possono fare o non fare. Vedi il capitolo apposito.</p>\n</div>\n<div id=\"sdfootnote3\">\n<p class=\"sdfootnote\"><a class=\"sdfootnotesym\" name=\"sdfootnote3sym\" href=\"#sdfootnote3anc\">3</a> Prendere per buona la sintesi, nel corpo del libro viene argomentata meglio.</p>\n</div>",
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            "content_html": "<p class=\"align-center\" align=\"center\"><span style=\"font-family: Liberation Sans, sans-serif;\"><span style=\"font-size: xx-large;\"><strong>LA PRAXIS</strong></span></span></p>\n<p align=\"center\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Gentium Book Basic, serif;\"><i>La lotta al potere impersonale, e la fantasia che serve</i></span></span></p>\n<h2 class=\"western\">Il Palazzo non c’è più</h2>\n<p>Il marxismo del Novecento ha creduto a lungo che il capitalismo fosse condannato dalle sue crisi. Guerre, crolli, scioperi: bastava soffiare sul malcontento e la storia avrebbe compiuto da sé il passaggio. Era una fede millenarista, con il destino al posto della colpa: il capitalismo aveva esaurito la sua missione storica, sviluppare le forze produttive, e toccava solo dargli la spinta finale. La strategia, presa in prestito dal gergo militare, si chiamava guerra di movimento: l’assalto frontale, la presa del Palazzo d’Inverno, il vertice che cade e tutto il resto che viene giù con lui. Lenin, Trotsky, Luxemburg.</p>\n<p>In Occidente non è venuto giù niente. Dopo le insurrezioni fallite Gramsci ne trae la lezione. Dove lo Stato non si limita a reprimere ma educa, convince, si fa senso comune, il Palazzo non è più il centro. Il potere sta in una «robusta catena di fortezze e di casematte»: la scuola, la chiesa, il diritto, la stampa. Reggono anche quando il vertice trema. Contro un potere così non serve un colpo: serve una guerra di posizione, un assedio paziente a tutti i luoghi da cui il dominio si irradia.</p>\n<p>Gramsci lascia implicita una conseguenza, che noi diciamo per intero: cade la teoria dei due tempi. Prima si prende il potere, con la forza o con le elezioni, poi si costruisce la società nuova. Non ha mai funzionato, perché chi entra nel Palazzo con la mente del suddito ci rifà dentro il pastore. È lo spezza-catene diventato Stato.</p>\n<h2 class=\"western\">Le casematte di oggi</h2>\n<p>Dai tempi di Gramsci le casematte si sono moltiplicate. Ai suoi organi di «educazione» vanno aggiunti i partiti di sistema, di maggioranza e di opposizione; i media, dalla televisione ai social; l’università e il ceto culturale; i sindacati; i nuovi templi del potere economico, dalle agenzie di rating alle banche centrali ai centri studi; i fabbricanti del consumatore ipocondriaco, che lo tengono in ansia perché compri l’oggetto che cura l’ansia, sempre più potente di quello di ieri. E ora l’intelligenza artificiale. È il pantheon delle agenzie che, all’inizio del libro, abbiamo visto contendersi i nostri registri sopra le nostre teste. Da quarant’anni la loro egemonia non ha più incontrato opposizione.</p>\n<p>Gramsci ne aveva visto il meccanismo: «ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico». Nel nostro lessico, l’egemonia è il modo in cui ai molti si trasmette una sola intelligenza, l’iconica, già confezionata, mentre la mappa resta a chi comanda. È la rete invisibile che fa sì che un operaio sia operaio e un padrone padrone, e che a entrambi sembri natura.</p>\n<p>Sarebbe però banale ridurre le agenzie a macchine che inculcano consenso. Reggono perché offrono anche un servizio che i più ritengono necessario: la scuola istruisce, il sindacato tutela, il giornale informa. È il gesto del feticcio: un rapporto reale che si fa adorare e nasconde la propria fattura.</p>\n<h2 class=\"western\">Il fallimento che si crede colpa</h2>\n<p>L’effetto si vede meglio nel piccolo. Davanti a un fallimento (il lavoro perso, l’esame andato male, la bottega chiusa) quasi tutti pensano alla propria inadeguatezza, e da lì scivolano nella depressione. Quasi nessuno pensa al contesto, che può essere corrotto o escludente. E quasi nessuno pensa agli strumenti che gli mancano per leggerlo: conoscere le proprie possibilità, le opportunità, le regole del gioco.</p>\n<p>È la scena del temporale. L’iconico vede la colpa; la mappa vedrebbe le relazioni invisibili che hanno prodotto l’evento. Ma la mappa non gliel’hanno data. Il peccato originale ha solo cambiato abito: oggi si chiama merito, e il suddito che fallisce si sente colpevole invece che derubato.</p>\n<h2 class=\"western\">Tutti filosofi, pochi consapevoli</h2>\n<p>«Tutti gli uomini sono filosofi», scrive Gramsci: tutti hanno una concezione del mondo, tutti contribuiscono a sostenerla o a modificarla, ma solo pochi ne hanno consapevolezza critica. Il senso comune è questa filosofia diffusa e inconsapevole, generica, di un’epoca, ricevuta: quello che noi chiamiamo metaframe, la grammatica che non si pensa ma si respira. Il buon senso è il senso comune diventato critico: la stessa vita, guardata con due intelligenze invece che con una.</p>\n<p>La filosofia della prassi, per Gramsci, non impone da fuori una nuova concezione del mondo: rende critica un’attività che esiste già. È la saldatura fra teoria e pratica, il modo in cui gli uomini conoscono il mondo trasformandolo. È ciò che questo libro chiama governare i registri. Uscire dalla struttura non si può: la si può sapere, nominare, riautorizzare.</p>\n<p>Su un punto però ci separiamo da Gramsci. Per lui trasformare il senso comune in buon senso era il compito pedagogico delle avanguardie. Ma un’avanguardia che educa resta un pastore, per quanto illuminato: la mano che sa e la mano che esegue, la scissione che vogliamo chiudere. Il buon senso non si porta: si produce, per opera, là dove i molti decidono qualcosa che conta. E quel luogo Gramsci l’aveva già trovato.</p>\n<h2 class=\"western\">Il consiglio come scuola</h2>\n<p>Prima del partito, il Gramsci dell’<i>Ordine Nuovo</i> aveva puntato sui consigli di fabbrica. I delegati erano scelti «per conoscenza diretta e prossima dai compagni che lavorano gomito a gomito», reparto per reparto, squadra per squadra, «con mandato imperativo e condizionato», revocabili in ogni istante. L’assemblea dei delegati forma il consiglio; il consiglio controlla la produzione e prepara i lavoratori, politicamente e tecnicamente, a dirigerla.</p>\n<p>A noi interessa soprattutto un’altra cosa: il consiglio è una scuola. Lì, scrive Gramsci, «un individuo grezzo […] acquista il senso della responsabilità sociale, diventa cittadino». Per decidere bisogna capire come funziona la fabbrica intera, e così la mappa torna nelle mani di chi lavora. È il punto in cui la scissione fra chi pensa e chi esegue comincia a richiudersi. E Gramsci non si ferma alla fabbrica. Il consiglio doveva uscire dall’officina e arrivare alle campagne, fino a un «Congresso nazionale dei delegati operai e contadini». Operai e contadini nello stesso tessuto, perché il dominio li prende entrambi: uno alla catena, l’altro alla terra.</p>\n<p>Gramsci vede anche il rovescio. Il sindacato, nato per difendere gli operai, si è rivelato «nient’altro che una forma della società capitalistica»: strappa condizioni migliori e in cambio garantisce la legalità del padrone. È la cinghia di trasmissione. Il partito socialista ha fatto lo stesso errore: entrati nello Stato per criticarlo, i socialisti «si lasciarono assorbire dalla realtà, non la dominarono». Da qui la distinzione decisiva. Nel consiglio l’operaio entra come produttore, come il cittadino entra nello Stato. Nel partito e nel sindacato entra per adesione volontaria, come in un’associazione privata. Il consiglio è un istituto pubblico; gli altri due no.</p>\n<p>Poi, nel riflusso del 1920, Gramsci comincia a spostare il peso. Il consiglio era «il modello dello Stato proletario»; ora è il partito a essere «un modello di ciò che sarà domani lo Stato operaio». È lo slittamento che abbiamo chiamato contraffazione (CAP. XII): l’organo di transizione che si rifiuta di estinguersi. Del Gramsci di quegli anni prendiamo i consigli e lasciamo il partito.</p>\n<p align=\"left\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Georgia, serif;\"><span style=\"font-size: small;\"><i>Il Palazzo non c’è più da prendere: ci sono casematte da abitare, e una lingua da riprendersi.</i></span></span></span></p>\n<h2 class=\"western\">Fantasia nella prassi</h2>\n<p>Facciamo galoppare la fantasia. Non per scrivere il programma, che sarebbe un’altra ricetta, ma per vedere i problemi che ci aspettano. Cinque note, a partire dalla fabbrica e dal campo.</p>\n<p><i>Che cosa si produce.</i> Beni, non merci: oggetti d’uso fatti per durare, senza obsolescenza programmata e senza usa e getta, che si riparano, si aggiornano, si riciclano. Se cambi chi comanda e continui a sfornare le stesse merci, hai cambiato padrone, non metaframe.</p>\n<p><i>Chi decide.</i> La fabbrica non è solo del padrone. Vive perché ci sono gli operai e le loro famiglie, i fornitori, i clienti, chi la finanzia, e un territorio con le sue case, strade e servizi. Tutti portano un interesse, e tutti devono sedere dove si decide. Quando una fabbrica chiude o se ne va all’estero, l’interesse del proprietario non è l’unico in gioco: va occupata e rimessa in moto con un’altra organizzazione. È il governo ombra di fabbrica (CAP. III), che si prepara prima, non il giorno della chiusura. Accanto a questo vanno rimessi in piedi il mutuo soccorso, come protezione sociale e finanza autogestita, e i modi di produrre che funzionano già: il software libero, le licenze Creative Commons, le stampanti 3D. Senza rifare la strada delle cooperative diventate produttrici di merci con lavoro salariato.</p>\n<p><i>La terra.</i> Accanto agli operai ci sono i contadini. Non vanno confusi con gli agricoltori: l’agricoltore è l’imprenditore della monocoltura, che produce per la grande distribuzione e ne dipende. Il contadino fa resistenza alle multinazionali del cibo, difende un cibo sano e custodisce la biodiversità: le sementi antiche che il sistema industriale ha quasi cancellato, e con loro un altro modo di stare con la terra (CAP. V). Anche lui, da solo, perde: la sua scelta resta individuale finché non trova una rete che la leghi a chi mangia e al territorio. Il campo ha bisogno del consiglio quanto l’officina.</p>\n<p><i>Come si governa.</i> Con i consigli, che sono anche la via per estinguere lo Stato. Le cariche di cui non si può fare a meno vanno a tempo, con rotazione e mandati precisi. La divisione fra lavoro manuale e intellettuale va accorciata da subito con l’istruzione permanente: lo studio non si ferma alla giovinezza, e ciascuno è chiamato non solo a imparare ma a produrre sapere. È la mappa restituita a tutti. All’orizzonte c’è il salario che si estingue, perché la forza lavoro non si vende più, e il denaro che smette di essere la misura del lavoro.</p>\n<p><i>Con quale lingua.</i> Ogni volta che guardiamo il mondo, o noi stessi, attingiamo da uno zaino che portiamo sulle spalle: categorie, parole, racconti caricati senza accorgercene. Non è una cassetta degli attrezzi scelta da noi: si beve col latte. È un prodotto storico, segnato dai rapporti di potere. Oggi lo zaino lo riempiono il crematistico e la religione, e i loro feticci sono gli architravi che tengono in piedi la società. I sudditi non lo contendono quasi mai: lo ricevono. Marx l’aveva visto: «in seno a una società dominata dalla produzione capitalistica, anche il produttore non capitalista è dominato dalle idee capitalistiche». Lo zaino non si butta, perché senza lingua non si pensa. Si contende: il compito è egemonizzarne noi il contenuto, e metterci dentro quello che serve per camminare.</p>\n<h2 class=\"western\">Dal paternalismo al potere dal basso</h2>\n<p>I due libri hanno seguito le ramificazioni del potere, quelle visibili e le molte invisibili, nella storia italiana recente e nello scenario globale. Il primo ha mostrato come è stato fabbricato il suddito; questo, come si fabbrica altro. Il filo che li tiene insieme è uno: la divisione fra lavoro manuale e intellettuale, fra chi ha la mappa e chi riceve l’icona, è alla base del dominio. Chiuderla è il cuore dell’emancipazione.</p>\n<p>Non c’è da attendere il crollo. Il capitolo si è aperto sul millenarismo del Novecento, e qui va chiuso: nessun destino porterà la società nuova al posto nostro. Serve invece una responsabilità che è insieme culturale e collettiva. Guardare con occhio critico le dinamiche del potere, riconoscere i feticci che lo veicolano (la nazione, lo Stato, il denaro, il capitale) e quelli immateriali che li tengono in piedi: l’economia come destino, l’ethos ricevuto, la lingua dello zaino.</p>\n<p>E al loro posto un ethos che unisca valori antichi e necessità moderne: il bene collettivo e l’autodeterminazione. Il bello, il buono e il giusto rimessi al centro, accanto all’utile e non sotto di lui. L’intelligenza collettiva come strumento per governare una complessità sociale e ambientale che nessun pastore sa più reggere. È una trasformazione radicale: dal paternalismo, autoritario o bonario, al potere dal basso; dalla cultura dell’utile alla cultura del buon vivere, in comune e dentro la natura di cui siamo parte.</p>\n<p>Il come, terreno per terreno, chiede un libro suo. Ma non c’è da aspettarlo: la prima mossa è già disponibile, e non chiede il permesso di nessuno.</p>\n<p align=\"left\"><span style=\"color: #000000;\"><span style=\"font-family: Georgia, serif;\"><span style=\"font-size: small;\"><i>L’uomo libero non si libera: si produce. E si produce insieme.</i></span></span></span></p>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-family: Georgia, serif;\">Antonio Savino ottobre 2026 </span></p>\n<p align=\"left\"><span style=\"font-family: Georgia, serif;\">(tratto dal libro CHE FARE <span style=\"font-family: Gentium Basic;\"><span style=\"font-size: large;\"><strong>2.0</strong></span></span><span style=\"font-family: Gentium Basic;\"><strong>)</strong></span></span></p>",
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